Lettera22punto0 – Blog di Loris Pironi

26 marzo 2010

Un pomeriggio a parlare di Afghanistan e talebani con Daniele Mastrogiacomo

Una piccola informazione, per così dire, di servizio. Domani pomeriggio, 27 marzo, a San Marino, presento il libro di Daniele Mastrogiacomo “I giorni della paura”.

Mastrogiacomo è l’inviato di Repubblica che nel 2007 saltò il fossato e passò da raccontatore di notizie a notizia suo malgrado, finendo catturato dai talebani. La sua storia, i retroscena, l’inquietante dover convivere con la paura, Mastrogiacomo l’ha raccontato nel suo libro. Insieme ne parleremo alle ore 18 al Villino Bonelli di Montecchio (San Marino), nell’ambito della rassegna Libri più Libri.

Chi fosse in giro da quelle parti è il benvenuto.

Chi volesse approfondire la notizia può farlo qui.

Qui invece un link per saperne di più sul libro.

11 dicembre 2009

Che bello deve esser stato, il Premio Nobel per la Pace ai tempi della radio

Ah, che bello deve essere stato il Premio Nobel ai tempi della radio. Quando non c’erano i Tg a mostrare volti e scene della cerimonia di consegna. Quando non c’era YouTube a farci rivedere dieci, cento volte, i sorrisi e le strette di mano di rito.

Allora ti potevi immaginare quella giustificata ombra d’imbarazzo sul volto di Barack Obama al momento di iniziare il proprio discorso. Ti potevi figurare che al presidente del comitato per il Nobel norvegese, Thorbjoern Jagland nel sentire il passaggio più delicato dell’intervento del Presidente USA (“La guerra a volte è necessaria”) involontariamente, sovrappensiero, venisse da fare un po’ il braccino, tirando indietro quel premio che già Obama stava accarezzando con le mani. E alla fine ti poteva anche scappare un sorriso pensando all’immagine del successore di George W. Bush che mentre pronuncia la frase di rito (“Altri lo meriterebbero più di me”) cerca di tirare a sé l’osso che un recalcitrante Jagland proprio non si decide a mollare.

Barack Obama riceve da Thorbjoen Jangland il Nobel per la Pace (fonte: dalla rete)

Invece tutti abbiamo visto tutto, abbiamo sentito tutto. E siamo qui a chiederci, in buona compagnia (da Joaquin NavarroVals a Fidel Castro), che senso ha dare il premio Nobel alla Pace a chi ha appena deciso di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan.

Chiariamoci subito però: nessuno può mettere in dubbio che la sfida contro il terrore non si può vincere con le parole, con le trattative: se Obama e Osama si sedessero con le gambe sotto lo stesso tavolo, non otterrebbero certo un benché minimo risultato. E poi non siamo così idealisti: è anche comprensibile che il leader degli Stati Uniti d’America – feriti dall’11 settembre – decida di imbracciare un fucile automatico per andare a caccia di chi ha causato migliaia di vittime del suo popolo, gridando “la guerra è giusta”.

Ma allora perché hanno dato il Nobel a Obama? Perché l’hanno dato a lui e non magari a Bush Jr., che ha operato le sue stesse scelte? E a questo punto chi sarà il suo successore in un elenco che già conta precedenti discutibili? Magari Ahmadinejad, che potrebbe puntare anche al Nobel per la Fisica, per il suo impegno nella ricerca sul nucleare. Oppure Kim Il-sung, il Presidente Eterno della Corea del Nord, dato che i suoi test missilistici li scarica in mare aperto e non sui cugini del Sud o sul Giappone. A questo punto finiamo per esagerare, e ci chiediamo se non sia il caso magari di tirare fuori addirittura un inedito Nobel per la Pace alla memoria e consegnarlo agli eredi di Papa Urbano II, colui che diede vita alla Prima Crociata con l’intento di riportare alla pace le terre della cristianità oltraggiate dagli infedeli.

Esagerazioni a parte, e con l’auspicio che Obama riesca a trarre uno stimolo da questo riconoscimento non ancora meritato, vorrei concludere con il pensiero che magari un premio, anche meno importante se si vuole, lo meriterebbe lo speechwriter del Presidente degli Stati Uniti d’America. Scrivere per il ritiro del Nobel un discorso così equilibrato e praticamente inattaccabile, proprio in questo momento in cui i militari Usa stanno per partire per il Medio Oriente, deve essere stato uno dei suoi compiti più impegnativi in assoluto. E allora diamo un nome e un cognome a questo eroe della narrativa degno di Dan Brown: si chiama Jon Favreau ed ha appena 28 anni.

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Ah, che bello deve essere stato il Premio Nobel ai tempi della radio. Quando non c’erano i Tg a mostrare volti e scene della cerimonia di consegna. Quando non c’era YouTube a farci rivedere dieci, cento volte, i sorrisi e le strette di mano di rito.

Allora ti potevi immaginare quella giustificata ombra d’imbarazzo sul volto di Barack Obama al momento di iniziare il proprio discorso. Ti potevi figurare che il presidente del comitato per il Nobel norvegese, Thorbjoern Jagland nel sentire il passaggio più delicato dell’intervento del Presidente degli Stati Uniti d’America (“La guerra a volte è necessaria”), quello meno consono a un fresco Nobel per la Pace, involontariamente, sovrappensiero, facesse un po’ il braccino, tirando indietro il premio che già Obama stava accarezzando con le mani. E ti poteva anche scappare un sorriso pensando all’immagine del successore di George W. Bush che invece cerca di tirare a sé il premio dalle mani di un recalcitrante Jagland mentre pronuncia la frase di rito (“Altri lo meriterebbero più di me”) e nessuno dei due si decide a mollare l’osso.

Invece tutti abbiamo visto tutto, abbiamo sentito tutto. E siamo qui a chiederci, in buona compagnia (da Joaquin NavarroVals a Fidel Castro), che senso ha dare il premio Nobel alla Pace a chi ha appena deciso di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan.

Chiariamoci subito però: nessuno può mettere in dubbio che la sfida contro il terrore si vinca con le parole, con le trattative: se Obama e Osama si sedessero con le gambe sotto lo stesso tavolo non si otterrebbe certo alcun risultato. Ed è comprensibile persino che il leader degli Stati Uniti d’America, feriti dall’11 settembre, decida di imbracciare un fucile automatico per andare a caccia di chi ha causato migliaia di vittime del suo popolo, gridando “la guerra è giusta”. Ma allora perché hanno dato il Nobel a Obama e non a Bush Jr.? E chi sarà il suo successore in un elenco che già conta precedenti ? Magari Ahmadinejad, che potrebbe puntare anche al Nobel per la Fisica, per il suo impegno nella ricerca sul nucleare. Oppure Kim Il-sung, il Presidente Eterno della Corea del Nord, che i suoi test missilistici li scarica in mare aperto e non sui cugini del Sud o sul Giappone. E perché allora non rispolverare un inedito Nobel per la Pace alla memoria a Papa Urbano II, colui che diede vita alla Prima Crociata?

Esagerazioni a parte, e con l’auspicio che Obama riesca a trarre uno stimolo da questo riconoscimento non ancora meritato, magari un premio anche meno importante del Nobel lo meriterebbe lo speechwriter del Presidente USA: scrivere per il ritiro del Premio Nobel un discorso equilibrato e inattaccabile proprio in questo momento in cui i militari Usa stanno per partire per il Medio Oriente deve essere stato uno dei suoi compiti più impegnativi. E allora diamo un nome e un cognome a questo eroe della narrativa degno di Dan Brown: si chiama Jon Favreau ed ha appena 27 anni.

9 ottobre 2009

Yes, he can: Barack Obama Nobel per la Pace. Un premio alle intenzioning Su

barack-obama-is-superman

Yes, he can. Mutuando l’ormai celeberrimo slogan elettorale, dal plurale al singolare, lui può. E il lui in questione è Barack Obama, nuovo premio Nobel per la Pace. La notizia è stata lanciata alle ore 11 in punto dal sito ufficiale del Premio Nobel: il riconoscimento è stato assegnato al Presidente degli Stati Uniti d’America, citiamo testualmente, “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”. Vogliamo a provare a fare un ragionamento critico? Barack Obama è stato “incoronato” dalla Reale Accademia che assegna il Premio Nobel tre giorni dopo aver svicolato da un possibile incontro con il Dalai Lama (Premio Nobel nel 1989), a Washington per un giro di incontri politici – CLICCA QUI PER LEGGERE LA NOTIZIA CORRELATA – In realtà il Dalai Lama ha spiegato di non essersela presa per questa decisione di opportunismo politico, in quanto Barack Obama gli avrebbe assicurato che incomincerà ad interessarsi concretamente della questione tibetana dopo la propria visita a Pechino, prevista nel mese di novembre. Se non siete ancora sufficientemente scettici su questa decisione, si può anche ricordare che Obama è il Presidente di una nazione che ha i suoi militari impegnati da anni in Afghanistan, e il ritiro delle truppe anche dall’Iraq, dove gli statunitensi non sono propriamente visti da tutti come dei liberatori, è ancora di là da venire. Ma l’impegno del Presidente USA per una nuova politica del dialogo con il Medio Oriente (come è gestita finora il delicato rapporto con l’Iran, l’impegno per una soluzione definitiva per la polveriera dei rapporti israelo-palestinesi) e anche il non facile approccio con l’ombra nucleare rappresentata dal regime di Pionyang è sicuramente ammirevole. Forse il Premio Nobel potrebbe essere meritato, o forse essere considerato in qualche modo ancora prematuro. Comunque sia la Fondazione Nobel glie l’ha assegnato all’unanimità. Il presidente della commissione norvegese per il Nobel, Thorbjoern Jagland, ha spiegato che la commissione ha riconosciuto gli sforzi del presidente statunitense, meno di un anno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, per ridurre gli arsenali nucleari e lavorare per la pace nel mondo. “Obama ha fatto molte cose” ha detto Jagland durante la conferenza stampa a Oslo, “ma è stato riconosciuto soprattutto il valore delle sue dichiarazioni e degli impegni che ha assunto nei confronti della riduzione degli armamenti, della ripresa del negoziati in Medio Oriente e la volontà degli Stati Uniti di lavorare con gli organismi internazionali”. “Molto di rado una persona è stata capace di dare speranza in un mondo migliore e di catturare l’attenzione del mondo quanto è riuscito a Obama” si legge in una nota della commissione. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Jagland ha ammesso che l’ambiziosa agenda del presidente Usa deve fare i conti con l’impasse in Afghanistan, con la crisi nucleare iraniana e con lo stallo in Medio Oriente, ma ha anche evidenziato il grande successo dell’unanimità raggiunta in Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione per un mondo libero dalle armi atomiche. Detto questo dobbiamo rilevare che Barack Obama è entrato a far parte di una prestigiosa compagnia. Il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America trova posto insieme a Martin Luther King (premiato nel 1964), a Mr. Diplomazia, ovvero Henry Kissinger (1973), spalla a spalla con una donna che oltre al Premio Nobel (ricevuto nel 1979) con il suo impegno per gli ultimi si è guadagnata un riconoscimento ancora più alto, Madre Teresa di Calcutta, proclamata Beata nel 1993 da Papa Giovanni Paolo II. E ancora Obama in questo club esclusivo si trova in compagnia di un altro Presidente di colore, che ha dedicato la propria esistenza a combattere il razzismo, e al quale probabilmente deve indirettamente qualcosa: Nelson Mandela, premiato nel 1993. Sempre andando in cerca di correlazioni nel 1994 a vincere il Premio furono Yitzhak Rabin (Israele) e Yasser Arafat (Olp), per il loro impegno a risolvere l’eterno conflitto tra i rispettivi popoli (la stessa “missione” che si propone Obama, guarda un po’). E poi hanno avuto l’onore del Nobel, un altro presidente USA (Jimmy Carter, 2002) e un vicepresidente (Al Gore, 2007). Entrambi democratici, come Obama.

Speciale_elezioni_USA_2008

CLICCANDO SULLA COPERTINA QUI A FIANCO POTETE SFOGLIARE LO SPECIALE ON LINE CHE FIXING, PRATICAMENTE IN TEMPO REALE, DEDICO’ ALLA SVOLTA STORICA DELLA NOMINA DI OBAMA IL 9 OTTOBRE 2008.

Gli ultimi premi Nobel per la Pace, dal 1990 ad oggi.
1990: Michail Sergeevic Gorbaciov
1991: Aung San Suu Kyi (Myanmar)
1992: Rigoberta Menchu (Guatemala)
1993: Nelson Mandela e Frederik de Klerk (Sudafrica)
1994: Yitzhak Rabin (Israele) e Yasser Arafat (Olp)
1995: Movimento antinucleare Pugwash (fondato in Canada) e Joseph Rotblat (Gran Bretagna)
1996: Carlos Belo e Josè Ramos Horta (Timor Est)
1997: Campagna internazionale per l’abolizione delle mine antipersona e la sua coordinatrice, Jody Williams (Stati Uniti)
1998: John Hume e David Trimble (Ulster-Gran Bretagna)
1999: Medici senza Frontiere (Msf) (fondato in Francia)
2000: Kim Dae-Jung (Corea del Sud)
2001: Organizzazioni delle Nazioni Unite (Onu) ed il suo segretario generale, Kofi Annan (Ghana)
2002: Jimmy Carter (Stati Uniti)
2003: Shirin Ebadi (Iran)
2004: Wangari Maathai (Kenya)
2005: Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea, Onu) e il suo direttore, Mohammed el-Baradei (Egitto)
2006: Muhammad Yunus e la sua banca specializzata in microcredito Grameen Bank (Bangladesh)
2007: Al Gore (Stati Uniti) e il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici dell’Onu
2008: Martti Ahtisaari (Finlandia), ex presidente della Repubblica finlandese ed ex inviato dell’Onu per il Kosovo per i suoi sforzi di mediazione
2009: Barack Obama (Stati Uniti)


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