Lettera22punto0 – Blog di Loris Pironi

12 gennaio 2012

Giornaleide. Perché la fine stile maya dei pubblicisti è una bufala

Filed under: Giornalismi — lettera22punto0 @ 4:23 pm
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Giornalisti, vil razza dannata. Anche voi, cioè anche noi, finiti nel tritacarne del cosiddetto decreto “salva-Italia”. Anche voi, cioè noi, alle prese con problemi che mettono a rischio la professione e la professionalità. Oppure non è così?

Da giorni impazza in rete un tam tam tra addetti ai lavori in merito all’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti e, soprattutto, al dramma a cui andrebbero incontro i poveri pubblicisti ovverosia tutte quelle persone (in Italia sono circa 80 mila) che non svolgono primariamente l’attività di giornalista ma di fatto collaborano con testate di ogni tipo.  Le funeste previsioni che gravano sul loro capo sono così fosche che neanche le avessero scritte i Maya: estinzione di massa entro pochi mesi.

Piccolo dettaglio: le notizie che gli stessi giornalisti hanno contribuito ad amplifiare non sono vere e non hanno un fondamento. Ecco perché approfittiamo dell’occasione per concederci qualche riflessione sulla professione del giornalista. (more…)

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19 luglio 2011

Dove può arrivare la libertà di stampa? Intercettazioni e slealtà, note a margine sulla chiusura del News of the World

La libertà di stampa. Un bel concetto, con cui ci si riempie la bocca. Un concetto sfruttato soprattutto da chi ha a propria disposizione le massime garanzie – leggi i baroni della Rai – quando invece c’è davvero chi lavora senza tutele.

Quello su cui vorrei riflettere oggi è fino a dove la libertà di stampa può arrivare.

Sui giornali italiani leggiamo valanghe di intercettazioni telefoniche, comodamente fatte arrivare ai giornalisti amici dai magistrati, prima ancora che queste vengano rese note ai diretti interessati. La pubblicazione delle intercettazioni che riguardano episodi o aspetti della vita che non toccano neanche marginalmente le eventuali inchieste in corso è il vero scandalo, e lo dico da giornalista. Una vergogna che mette in mostra l’aspetto peggiore delle relazioni pericolose che legano tra loro in maniera perversa i media, la magistratura e la politica.

Certo, c’è chi sta peggio, ma questo non consola. Una riflessione è d’obbligo sulla chiusura del News of the World, il domenicale del Sun, oltre 2,5 milioni di lettori. (more…)

20 ottobre 2009

I media tradizionali? Non spariranno. Parola di guru (David Weinberger)

DavidWeinberger“’I media tradizionali non spariranno, ma nel mondo iperconnesso dovranno contribuire alla conoscenza comune”: parola di David Weinberger, considerato un guru di internet, a Venezia per la quarta Venicesession organizzata da Telecom. A riportare le dichiarazioni dell’autore di “Cluetrain manifesto” è l’Ansa: Weinberger, intervenuto all’incontro dedicato al futuro dei media nel mondo digitale, ha ricordato che nel web “i media non stanno più tra noi e il mondo. Invece di rifiutarli, suggerirei di considerarli come un ‘tipo speciale’ di ciascuno di noi. Essi partecipano al mondo come ognuno di noi, e se non hanno la pretesa di frapporsi, il web può inglobarli”.

Secondo Weinberger “la ragione per cui abbiamo interconnesso il mondo nasce dalla nostra attenzione per il mondo. I media – ha quindi concluso – dovranno stare attenti a chiunque ha una voce umana”.

16 ottobre 2009

Libertà di stampa e limiti di responsabilità, scusate ma io sto con Napolitano

Giorgio Napolitano 2

Altro che le carnascialesche manifestazioni per la libertà di stampa. Malgrado qualche suo scivolone (vedi la firma sul lodo Alfano), ho sempre più stima, ogni giorno che passa, per il nostro Presidente Giorgio Napolitano. Che, in occasione della giornata mondiale dell’informazione ha invocato da una parte l’equilibrio da parte della politica nei confronti dell’informazione, e dall’altra ha sottolineato che i media devono ricordarsi che hanno dei “limiti di responsabilità”.

Ribadisco ancora una volta che, a mio parere, da addetto ai lavori, in Italia il vero problema non è la libertà di stampa, ma l’incontinenza della politica che ha impregnato le redazioni dei giornali, e il bipolarismo dell’informazione che impedisce di sfoderare ragionamenti a colori: solo bianco o solo nero.

Questo non vuole dire che fare il giornalista in Italia sia semplice e senza intoppi, ma le querele di Berlusconi a Repubblica mi fanno meno paura di quelle che arrivano alle redazioni dei giornali locali, più deboli e decisamente meno tutelati. E le minacce, quelle serie, che fanno rabbrividire (ma che puntualmente passano sotto silenzio), sono quelle che colpiscono non gli opinionisti ma i giornalisti che lottano sul campo, che parlano di mafia e di camorra. Quelli che non vanno a caccia di scoop rovistando nei cestini della carta straccia dei colleghi direttori di giornali, ma che mettono il naso nelle discariche controllate dalla malavita. Sono loro che andrebbero difesi a spada tratta, non (solo) i paperoni come Santoro.

Napolitano parla ancora di un discorso di tre anni fa in cui in occasioni analoghe a quella di oggi, espresse “il profondo convincimento circa il carattere discriminante che l’esistenza di una stampa e di una informazione pluralistiche e libere assume per distinguere la democrazia dal dispotismo. E nello stesso tempo volli sottolineare come nei sistemi democratici e costituzionali dell’Occidente occorra combinare più valori, più diritti degni di tutela, come sancito d’altronde nell’articolo 10 della Convenzione europea del 1948 sui diritti dell’uomo”.

Il nostro Presidente ha concluso dicendo che “si tratta di equilibri difficili e sempre oggetto di controversie, ma a cui non si può sostituire da parte del giornalismo la sottovalutazione di limiti e di responsabilità da riconoscere e da proiettare nel proprio modo di lavorare”.

Come non essere d’accordo?

28 settembre 2009

Giornalisti che ci lasciano le penne (senza minuti di silenzio)

In questi giorni ho poco tempo da dedicare all’aggiornamento del blog.  E così vi consiglio di andare a leggere il post sul blog del nostro (nel senso di Fixing) Saverio Mercadante, sui giornalisti morti nell’eroico adempimento del proprio lavoro (non sono militari ma in Afghanistan e in troppi altri posti ci lasciano le penne come chi indossa la divisa e spesso anche di più), che trae spunto dal film Fort Apàsc di Marco Risi sulla vera storia di Giancarlo Siani, giornalista free lance per il Mattino, unico giornalista ucciso dalla camorra.

Il film è inserito nella cinquina di papabili per andare a rappresentare l’Italia alla corsa all’Oscar.

E questo è il link al post che vi dicevo. Buona lettura.

Questa foto di Giancarlo Siani è stata tratta dal sito www.giancarlosiani.it

Questa foto di Giancarlo Siani è stata tratta dal sito http://www.giancarlosiani.it

23 settembre 2009

Colpo di scena, Il Fatto Quotidiano va subito a ruba…

Filed under: Giornalismi — lettera22punto0 @ 10:26 am
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La prima Prima del Fatto

La prima Prima del Fatto

Un aggiornamento sul Fatto Quotidiano, il giornale diretto da Antonio Padellaro che oggi esce per la prima volta in edicola e che sta destando parecchie curiosità, anche più di quanto ci si potesse aspettare per un nuovo giornale. Secondo le prime dichiarazioni sono state tirate 50 mila copie. Tutte ovviamente “bruciate” nella primissima mattinata, tanto che in radio il direttore ha anticipato la possibilità di una prontissima ristampa. Io il giornale me lo leggerò tranquillamente stasera (prudentemente me lo sono fatto mettere da parte…), ma ho avuto modo comunque di vedere la prima pagina. Devo dire che la grafica non è entusiasmante, ma in fondo se è come dicono “un giornale di giornalisti”, i giornalisti da sempre la grafica non la considerano o nella migliore delle ipotesi la strapazzano. Come notizia principale c’è Gianni Letta, indagato per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata, uno scoop giudiziario che anche in questo caso non sorprende come genere, vista la presenza di alcuni magistrati tra le “firme” e la malcelata amicizia con il partito di Di Pietro. Ad ogni modo, a margine di questa “prima”, un paio di cose fanno effetto. Innanzitutto la stima di tanti lettori, uno zoccolo duro da fare invidia. E poi l’invidia – appunto – di tanti colleghi, che da destra e da sinistra hanno sputato veleno su questa nuova avventura o l’hanno “censurata”, finendo per fare involontariamente un grande “spot” a Travaglio e co. che sull’astio – elargito a piene mani e ricevuto con altrettanta abbondanza – hanno costruito la propria fortuna.

Comunque domani, dopo averlo letto con calma, vi dirò cosa ne penso.

22 settembre 2009

Il Fatto è che nasce un nuovo giornale. E giù polemiche, prima ancora che parta

giornaliProprio nei giorni in cui la Federazione della Stampa vorrebbe fare una manifestazione per la libertà di stampa (salvo poi rimandarla), parte una nuova iniziativa editoriale, e ve la voglio segnalare. Domani mattina sarà infatti in edicola Il Fatto Quotidiano, direttore Antonio Padellaro. Sarà un “giornale di giornalisti”, che è diventato un po’ il motto, in questa fase di lancio, con grandi firme, giornalisti molto conosciuti (apprezzati o detestati, a seconda da che parte si guardano), a partire da Marco Travaglio, Peter Gomez, Marco Lillo, Stefano Feltri e, alla rubrica delle lettere, Furio Colombo. L’“autopromo” del Fatto parla di un giornale senza padroni e senza finanziamenti pubblici. Sarà schierato politicamente a sinistra, ma in maniera diversa da Repubblica o L’Unità (che infatti, secondo i maligni, finora hanno volutamente ignorato questa iniziativa editoriale). Si manterrà principalmente con gli abbonamenti, cartacei e in pdf, ha già fatto molto parlare di sé. Il Foglio, il giornale di Giuliano Ferrara, ha pubblicato un articolo cliccatissimo sul web e ripreso da tanti blogger in cui lo definisce “il primo giornale che quando lo tocchi fa tin tin”, polemicamente, s’intende, alludendo al fatto che ha già raccolto circa 30 mila abbonamenti così, sulla fiducia.

In bocca al lupo per la nuova avventura, intanto il mio edicolante di fiducia, Davide, sa già che mi deve mettere da parte la prima copia.

17 settembre 2009

Infausta profezia: la carta sepolta dal web

Vorrei riproporre un articolo che ho pubblicato a fine agosto su Fixing. Parla dell’ormai famosa “profezia” di Pjilip Meyer sul declino della carta per mano del web e sulla strada della multimedialità. In fondo è da quella riflessione che è nata l’idea di aprire questo blog…

Wall Street journal

Carta stampata, televisione, radio, internet. È davvero difficile non venire “colpiti” dalle notizie, dalle informazioni, che in una perenne notte di san Lorenzo mediatica, ci bersagliano quotidianamente.
Queste informazioni sono troppe? Colpiscono ancora nel segno oppure finiscono per “attraversare” il fruitore, indiscutibilmente sovraesposto? E poi ancora, è vero che sono troppo rapide, spesso imprecise, talvolta contraddittorie?
La comunicazione di massa nel terzo millennio è al centro di studi e di riflessioni, di un dibattito serrato (soprattutto sul web) e di analisi di marketing da parte di chi gestisce il business dell’informazione. È di grande attualità, in particolare, l’idea di Rupert Murdoch, il magnate australiano della comunicazione, che nel suo impero annovera il Times di Londra, il Wall Street Journal e Sky, che dal 2010 ha intenzione di far pagare le news sui suoi portali internet. Avrà successo? Altri seguiranno il suo esempio, la sua tentazione? Il popolo della rete accetterà di pagare per quello che ha sempre avuto gratis? Diciamo che la notizia, rimpallata sui blog, sui siti di notizie e sui vari aggregatori, ha subito una gragnuola di critiche. Analizzando questa realtà in tutte le sue sfumature, è ipotizzabile che effettivamente sia un po’ troppo tardi per questa rivoluzione: ci si sarebbe dovuti arrivare almeno una decina di anni fa, e provare adesso a cambiare le carte in tavola appare troppo difficile. Per tutta una serie di motivi. Innanzitutto perché la rete è una sorta di ‘blob’ malleabile, in perenne evoluzione, che sa adattarsi a qualsiasi situazione (o almeno, finora l’ha sempre fatto) per ovviare ai vari limiti che vengono posti: un esempio è la diffusione della musica “pirata”, che neanche la minaccia di multe pesantissime riesce a stroncare. Su internet, in poche parole, la “repressione” non è uno strumento efficace, e poi una volta che una notizia è diventata una notizia, cioè è di pubblico dominio, è impossibile fermarla. Quello che può essere venduto – o meglio, ciò che gli utenti della rete hanno espresso in sondaggi di essere disponibili eventualmente ad acquistare – sono informazioni altamente specializzate (ad esempio quelle finanziarie) o eventuali contenuti “premium”, ma solo se di altissima qualità. È su questi che forse varrebbe la pena di concentrarsi, perché le notizie cosiddette “generaliste” a pagamento, ben difficilmente avranno futuro. Soprattutto in Italia

Chi è stanco della carta stampata?
C’è una ormai famosa profezia, che circola in rete ovviamente: non parla della fine del mondo (quella è prevista per il 2012, ed è un’altra storia) bensì indica nel 2043 l’anno in cui sarà venduta “l’ultima sgualcita copia cartacea del New York Times”. Il Nostradamus in questione è l’americano Pjilip Meyer, autorevole professore di giornalismo presso la University of North Carolina. È una tesi che ha fatto molto discutere: la fine dell’informazione su carta è realmente così vicina? Noi non ne siamo così sicuri. Non almeno se l’alternativa è rappresentata dall’informazione (a pagamento) sul web. La strada da seguire, casomai, è quella della multimedialità: un giornale cartaceo deve avere anche un sito internet con contenuti integrati, aggiungiamoci pure una web radio ed una web tv, con giornalisti “agili” e pronti al confronto con la rete, bravi a rimpallare e ad amplificare le notizie anche sui vari social network (finché durano, Twitter e Facebook in primis). E per quello che riguarda in particolare i grandi gruppi, internet e la carta stampata devono essere spalleggiati anche da radio (l’esempio del Gruppo L’Espresso è emblematico) e tv.
Come si può sfruttare questo collegamento è piuttosto scontato: moltiplicando i “contatti” si arriva a un maggior numero di lettori – ascoltatori – telespettatori – “internauti”, che si possono fidelizzare grazie ad un’offerta multipla e sempre più completa (avvolgente, verrebbe da dire, quasi “coccolante”). Inoltre il mercato pubblicitario può sfruttare la sinergia per offrire pacchetti con tariffe “multiple”, sicuramente convenienti per il cliente, avvantaggiato dal poter pubblicizzare i propri prodotti contemporaneamente su giornali, tv, radio e naturalmente internet a un prezzo più basso. E a proposito, va rilevato un dato significativo: le previsioni dicono che in Italia il mercato della pubblicità su internet nel 2009 dovrebbe registrare un aumento a due cifre, precisamente del 10,5% in più rispetto al 2008: la fonte è la IAB Italia, l’associazione che riunisce i principali operatori della comunicazione interattiva, e fa fronte ad un calo previsto in tutti gli altri mezzi di comunicazione, dovuto presumibilmente alla crisi internazionale.
Proviamo infine ad analizzare i principali pro e i contro della sola carta stampata. Sotto la colonna “meno” dobbiamo mettere innanzitutto gli alti costi: la redazione, la stampa, la distribuzione, l’imprevedibilità delle vendite (i famigerati “resi”). Per quanto rappresenti un’informazione rapida, anche quotidiana, non è in grado di competere in fatto di immediatezza con il web, la tv e le radio. Inoltre spesso la stampa si “appoggia” troppo a internet, andando pigramente a “pescare” le notizie nella rete, cosa che crea un inevitabile (inutile) doppione, che il lettore non può apprezzare. Nella colonna degli aspetti positivi invece mettiamo gli approfondimenti, le “firme” dei giornalisti, le redazioni strutturate che permettono di “lavorare” adeguatamente sulla notizia. Senza dimenticare l’abitudine del lettore tradizionale (che non è necessariamente il fruitore del web, anzi) per questo strumento d’informazione. E soprattutto l’odore dell’inchiostro, il gusto tattile della carta, il poter sfogliare le pagine. Tutti piaceri che, ci sentiamo di dire, sicuramente non saranno dimenticati da qui al 2043.
Loris Pironi

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