Lettera22punto0 – Blog di Loris Pironi

11 dicembre 2009

Che bello deve esser stato, il Premio Nobel per la Pace ai tempi della radio

Ah, che bello deve essere stato il Premio Nobel ai tempi della radio. Quando non c’erano i Tg a mostrare volti e scene della cerimonia di consegna. Quando non c’era YouTube a farci rivedere dieci, cento volte, i sorrisi e le strette di mano di rito.

Allora ti potevi immaginare quella giustificata ombra d’imbarazzo sul volto di Barack Obama al momento di iniziare il proprio discorso. Ti potevi figurare che al presidente del comitato per il Nobel norvegese, Thorbjoern Jagland nel sentire il passaggio più delicato dell’intervento del Presidente USA (“La guerra a volte è necessaria”) involontariamente, sovrappensiero, venisse da fare un po’ il braccino, tirando indietro quel premio che già Obama stava accarezzando con le mani. E alla fine ti poteva anche scappare un sorriso pensando all’immagine del successore di George W. Bush che mentre pronuncia la frase di rito (“Altri lo meriterebbero più di me”) cerca di tirare a sé l’osso che un recalcitrante Jagland proprio non si decide a mollare.

Barack Obama riceve da Thorbjoen Jangland il Nobel per la Pace (fonte: dalla rete)

Invece tutti abbiamo visto tutto, abbiamo sentito tutto. E siamo qui a chiederci, in buona compagnia (da Joaquin NavarroVals a Fidel Castro), che senso ha dare il premio Nobel alla Pace a chi ha appena deciso di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan.

Chiariamoci subito però: nessuno può mettere in dubbio che la sfida contro il terrore non si può vincere con le parole, con le trattative: se Obama e Osama si sedessero con le gambe sotto lo stesso tavolo, non otterrebbero certo un benché minimo risultato. E poi non siamo così idealisti: è anche comprensibile che il leader degli Stati Uniti d’America – feriti dall’11 settembre – decida di imbracciare un fucile automatico per andare a caccia di chi ha causato migliaia di vittime del suo popolo, gridando “la guerra è giusta”.

Ma allora perché hanno dato il Nobel a Obama? Perché l’hanno dato a lui e non magari a Bush Jr., che ha operato le sue stesse scelte? E a questo punto chi sarà il suo successore in un elenco che già conta precedenti discutibili? Magari Ahmadinejad, che potrebbe puntare anche al Nobel per la Fisica, per il suo impegno nella ricerca sul nucleare. Oppure Kim Il-sung, il Presidente Eterno della Corea del Nord, dato che i suoi test missilistici li scarica in mare aperto e non sui cugini del Sud o sul Giappone. A questo punto finiamo per esagerare, e ci chiediamo se non sia il caso magari di tirare fuori addirittura un inedito Nobel per la Pace alla memoria e consegnarlo agli eredi di Papa Urbano II, colui che diede vita alla Prima Crociata con l’intento di riportare alla pace le terre della cristianità oltraggiate dagli infedeli.

Esagerazioni a parte, e con l’auspicio che Obama riesca a trarre uno stimolo da questo riconoscimento non ancora meritato, vorrei concludere con il pensiero che magari un premio, anche meno importante se si vuole, lo meriterebbe lo speechwriter del Presidente degli Stati Uniti d’America. Scrivere per il ritiro del Nobel un discorso così equilibrato e praticamente inattaccabile, proprio in questo momento in cui i militari Usa stanno per partire per il Medio Oriente, deve essere stato uno dei suoi compiti più impegnativi in assoluto. E allora diamo un nome e un cognome a questo eroe della narrativa degno di Dan Brown: si chiama Jon Favreau ed ha appena 28 anni.

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Ah, che bello deve essere stato il Premio Nobel ai tempi della radio. Quando non c’erano i Tg a mostrare volti e scene della cerimonia di consegna. Quando non c’era YouTube a farci rivedere dieci, cento volte, i sorrisi e le strette di mano di rito.

Allora ti potevi immaginare quella giustificata ombra d’imbarazzo sul volto di Barack Obama al momento di iniziare il proprio discorso. Ti potevi figurare che il presidente del comitato per il Nobel norvegese, Thorbjoern Jagland nel sentire il passaggio più delicato dell’intervento del Presidente degli Stati Uniti d’America (“La guerra a volte è necessaria”), quello meno consono a un fresco Nobel per la Pace, involontariamente, sovrappensiero, facesse un po’ il braccino, tirando indietro il premio che già Obama stava accarezzando con le mani. E ti poteva anche scappare un sorriso pensando all’immagine del successore di George W. Bush che invece cerca di tirare a sé il premio dalle mani di un recalcitrante Jagland mentre pronuncia la frase di rito (“Altri lo meriterebbero più di me”) e nessuno dei due si decide a mollare l’osso.

Invece tutti abbiamo visto tutto, abbiamo sentito tutto. E siamo qui a chiederci, in buona compagnia (da Joaquin NavarroVals a Fidel Castro), che senso ha dare il premio Nobel alla Pace a chi ha appena deciso di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan.

Chiariamoci subito però: nessuno può mettere in dubbio che la sfida contro il terrore si vinca con le parole, con le trattative: se Obama e Osama si sedessero con le gambe sotto lo stesso tavolo non si otterrebbe certo alcun risultato. Ed è comprensibile persino che il leader degli Stati Uniti d’America, feriti dall’11 settembre, decida di imbracciare un fucile automatico per andare a caccia di chi ha causato migliaia di vittime del suo popolo, gridando “la guerra è giusta”. Ma allora perché hanno dato il Nobel a Obama e non a Bush Jr.? E chi sarà il suo successore in un elenco che già conta precedenti ? Magari Ahmadinejad, che potrebbe puntare anche al Nobel per la Fisica, per il suo impegno nella ricerca sul nucleare. Oppure Kim Il-sung, il Presidente Eterno della Corea del Nord, che i suoi test missilistici li scarica in mare aperto e non sui cugini del Sud o sul Giappone. E perché allora non rispolverare un inedito Nobel per la Pace alla memoria a Papa Urbano II, colui che diede vita alla Prima Crociata?

Esagerazioni a parte, e con l’auspicio che Obama riesca a trarre uno stimolo da questo riconoscimento non ancora meritato, magari un premio anche meno importante del Nobel lo meriterebbe lo speechwriter del Presidente USA: scrivere per il ritiro del Premio Nobel un discorso equilibrato e inattaccabile proprio in questo momento in cui i militari Usa stanno per partire per il Medio Oriente deve essere stato uno dei suoi compiti più impegnativi. E allora diamo un nome e un cognome a questo eroe della narrativa degno di Dan Brown: si chiama Jon Favreau ed ha appena 27 anni.

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