Lettera22punto0 – Blog di Loris Pironi

26 marzo 2010

Un pomeriggio a parlare di Afghanistan e talebani con Daniele Mastrogiacomo

Una piccola informazione, per così dire, di servizio. Domani pomeriggio, 27 marzo, a San Marino, presento il libro di Daniele Mastrogiacomo “I giorni della paura”.

Mastrogiacomo è l’inviato di Repubblica che nel 2007 saltò il fossato e passò da raccontatore di notizie a notizia suo malgrado, finendo catturato dai talebani. La sua storia, i retroscena, l’inquietante dover convivere con la paura, Mastrogiacomo l’ha raccontato nel suo libro. Insieme ne parleremo alle ore 18 al Villino Bonelli di Montecchio (San Marino), nell’ambito della rassegna Libri più Libri.

Chi fosse in giro da quelle parti è il benvenuto.

Chi volesse approfondire la notizia può farlo qui.

Qui invece un link per saperne di più sul libro.

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8 febbraio 2010

Il football americano? Uno sport da formiche. Il Superbowl lo vince New Orleans

Una volta l’anno, da due anni a questa parte, sono contento di pagare il canone Rai. Sì perché finalmente ho ragione di pensare che il servizio pubblico è rivolto anche a gente come me, gente che quando gli parlano di Isola gli viene in mente Robert Louis Stevenson, gente che ascolta gli Who e non certo Mangoni (chi era costui?), e che di Morgan, beh, francamente se ne infischia.

Una volta l’anno, da due anni a questa parte, Mamma Rai, insospettabilmente fa felice anche me. Veramente mi chiedo il perché, ma temendo che ci ripensi lo faccio a bassa voce, almeno in attesa di conoscere le cifre dello share del Superbowl trasmesso domenica notte in un orario che solo noi incalliti del football americano e i sonnambuli possono reggere senza timore di addormentarsi la mattina dopo davanti al proprio Pc.

E allora parliamo di questo Superbowl: alla fine hanno vinto i New Orleans Saints, la squadra per cui domenica notte facevo il tifo (c’è sempre da parteggiare sportivamente per qualcuno quando non c’è la tua squadra in finale, solo che di solito scelgo sempre la squadra sbagliata. Anzi, per l’esattezza è dal 1996 che non festeggiavo un Superbowl, quando lo vinsero i “miei” Cowboys sugli Steelers).

Si potrebbe scrivere un libro sulla rinascita di New Orleans quattro anni dopo Katrina e sull’impatto empatico e terapeutico che questo successo ha sul popolo statunitense, in ginocchio per la crisi la disoccupazione la guerra e quant’altro. Si potrebbe scrivere un libro e quindi non mi soffermo più di tanto in questo post.

Però mi impunto e voglio provare a far capire anche ai non appassionati com’è strano questo sport, il football americano. Lo guardi e pensi che la differenza la facciano i muscoli, quel sano vigore da unni, capaci di macinare la terra su cui stanno marciando diretti nella direzione del proprio obiettivo (la meta, l’annientamento degli avversari). E invece partite come il Superbowl numero 44 sono la palese dimostrazione che questo non è uno sport da mammut bensì da formichine, sagge, pazienti, indomabili. Che anche nella difficoltà di un gelido -10 (come lo svantaggio iniziale dei Saints) non si fanno prendere dal panico e continuano ad accantonare provviste per quando verranno i tempi migliori. Perché oh sì, i tempi migliori arriveranno, potete starne certi, basta saper aspettare. Magari ci si impiegano quarantatre anni (tanto quanto i Saints ci hanno messo per raggiungere il Superbowl), ma quello che conta è non arrendersi mai.

La cronaca dettagliata della partita mi sono tolto lo sfizio di RACCONTARLA QUI, sul sito di Fixing. C’è pure una ricca FOTOGALLERY perché (anche se, lo ammetto, sono di parte) stiamo parlando di uno sport estremamente fotogenico.

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Così posso ancora divagare, e dedicare un rapido pensiero a Mr President, Barack Obama (appassionato sportivo anche se predilige il basket al football) alle prese con l’ennesima “toppa”, ovvero un pronostico “ufficiale” a favore dei Colts.

Non voglio infierire, ci mancherebbe, perché a leggere qualche mio precedente post potrebbe sembrare che sono prevenuto nei confronti del leader degli States, mentre invece le mie soventi critiche nascono dalle grandi aspettative riposte in lui. Certo non si possono mettere a confronto cose così diverse come un innocuo pronostico sportivo con la decisione di inviare nuove truppe all’indomani della consegna del Nobel per la Pace, con un rischio-flop più concreto che mai che incombe sulla grande riforma sanitaria dopo la sconfitta elettorale nel feudo dei Kennedy alla morte di Ted, con l’annuncio di Kennediana memoria (rieccoci) del ritorno degli americani sulla Luna entro la fine del decennio salvo poi fare rapidamente dietrofront per problemi di budget… Si tratta di un semplice caso, ma che strappa un sorriso. In realtà Obama, da buon democratico, ha semplicemente detto di tifare leggermente per i Saints, o meglio per la città di New Orleans, rispetto ai Colts che in passato hanno battuto la sua Chicago al Superbowl, ma che riteneva comunque Indianapolis leggermente favorita, per una vittoria di misura.

Che sia la Luna o l’Afghanistan, il Senato o la palla ovale, insomma, da qualche tempo a questa parte il buon Obama non ne azzecca più una. Speriamo per lui e per gli Stati Uniti (e quindi anche per noi, data l’inevitabile ricaduta sul vecchio continente dei casi a stelle e strisce) che il vento torni a girare.

11 dicembre 2009

Che bello deve esser stato, il Premio Nobel per la Pace ai tempi della radio

Ah, che bello deve essere stato il Premio Nobel ai tempi della radio. Quando non c’erano i Tg a mostrare volti e scene della cerimonia di consegna. Quando non c’era YouTube a farci rivedere dieci, cento volte, i sorrisi e le strette di mano di rito.

Allora ti potevi immaginare quella giustificata ombra d’imbarazzo sul volto di Barack Obama al momento di iniziare il proprio discorso. Ti potevi figurare che al presidente del comitato per il Nobel norvegese, Thorbjoern Jagland nel sentire il passaggio più delicato dell’intervento del Presidente USA (“La guerra a volte è necessaria”) involontariamente, sovrappensiero, venisse da fare un po’ il braccino, tirando indietro quel premio che già Obama stava accarezzando con le mani. E alla fine ti poteva anche scappare un sorriso pensando all’immagine del successore di George W. Bush che mentre pronuncia la frase di rito (“Altri lo meriterebbero più di me”) cerca di tirare a sé l’osso che un recalcitrante Jagland proprio non si decide a mollare.

Barack Obama riceve da Thorbjoen Jangland il Nobel per la Pace (fonte: dalla rete)

Invece tutti abbiamo visto tutto, abbiamo sentito tutto. E siamo qui a chiederci, in buona compagnia (da Joaquin NavarroVals a Fidel Castro), che senso ha dare il premio Nobel alla Pace a chi ha appena deciso di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan.

Chiariamoci subito però: nessuno può mettere in dubbio che la sfida contro il terrore non si può vincere con le parole, con le trattative: se Obama e Osama si sedessero con le gambe sotto lo stesso tavolo, non otterrebbero certo un benché minimo risultato. E poi non siamo così idealisti: è anche comprensibile che il leader degli Stati Uniti d’America – feriti dall’11 settembre – decida di imbracciare un fucile automatico per andare a caccia di chi ha causato migliaia di vittime del suo popolo, gridando “la guerra è giusta”.

Ma allora perché hanno dato il Nobel a Obama? Perché l’hanno dato a lui e non magari a Bush Jr., che ha operato le sue stesse scelte? E a questo punto chi sarà il suo successore in un elenco che già conta precedenti discutibili? Magari Ahmadinejad, che potrebbe puntare anche al Nobel per la Fisica, per il suo impegno nella ricerca sul nucleare. Oppure Kim Il-sung, il Presidente Eterno della Corea del Nord, dato che i suoi test missilistici li scarica in mare aperto e non sui cugini del Sud o sul Giappone. A questo punto finiamo per esagerare, e ci chiediamo se non sia il caso magari di tirare fuori addirittura un inedito Nobel per la Pace alla memoria e consegnarlo agli eredi di Papa Urbano II, colui che diede vita alla Prima Crociata con l’intento di riportare alla pace le terre della cristianità oltraggiate dagli infedeli.

Esagerazioni a parte, e con l’auspicio che Obama riesca a trarre uno stimolo da questo riconoscimento non ancora meritato, vorrei concludere con il pensiero che magari un premio, anche meno importante se si vuole, lo meriterebbe lo speechwriter del Presidente degli Stati Uniti d’America. Scrivere per il ritiro del Nobel un discorso così equilibrato e praticamente inattaccabile, proprio in questo momento in cui i militari Usa stanno per partire per il Medio Oriente, deve essere stato uno dei suoi compiti più impegnativi in assoluto. E allora diamo un nome e un cognome a questo eroe della narrativa degno di Dan Brown: si chiama Jon Favreau ed ha appena 28 anni.

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Ah, che bello deve essere stato il Premio Nobel ai tempi della radio. Quando non c’erano i Tg a mostrare volti e scene della cerimonia di consegna. Quando non c’era YouTube a farci rivedere dieci, cento volte, i sorrisi e le strette di mano di rito.

Allora ti potevi immaginare quella giustificata ombra d’imbarazzo sul volto di Barack Obama al momento di iniziare il proprio discorso. Ti potevi figurare che il presidente del comitato per il Nobel norvegese, Thorbjoern Jagland nel sentire il passaggio più delicato dell’intervento del Presidente degli Stati Uniti d’America (“La guerra a volte è necessaria”), quello meno consono a un fresco Nobel per la Pace, involontariamente, sovrappensiero, facesse un po’ il braccino, tirando indietro il premio che già Obama stava accarezzando con le mani. E ti poteva anche scappare un sorriso pensando all’immagine del successore di George W. Bush che invece cerca di tirare a sé il premio dalle mani di un recalcitrante Jagland mentre pronuncia la frase di rito (“Altri lo meriterebbero più di me”) e nessuno dei due si decide a mollare l’osso.

Invece tutti abbiamo visto tutto, abbiamo sentito tutto. E siamo qui a chiederci, in buona compagnia (da Joaquin NavarroVals a Fidel Castro), che senso ha dare il premio Nobel alla Pace a chi ha appena deciso di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan.

Chiariamoci subito però: nessuno può mettere in dubbio che la sfida contro il terrore si vinca con le parole, con le trattative: se Obama e Osama si sedessero con le gambe sotto lo stesso tavolo non si otterrebbe certo alcun risultato. Ed è comprensibile persino che il leader degli Stati Uniti d’America, feriti dall’11 settembre, decida di imbracciare un fucile automatico per andare a caccia di chi ha causato migliaia di vittime del suo popolo, gridando “la guerra è giusta”. Ma allora perché hanno dato il Nobel a Obama e non a Bush Jr.? E chi sarà il suo successore in un elenco che già conta precedenti ? Magari Ahmadinejad, che potrebbe puntare anche al Nobel per la Fisica, per il suo impegno nella ricerca sul nucleare. Oppure Kim Il-sung, il Presidente Eterno della Corea del Nord, che i suoi test missilistici li scarica in mare aperto e non sui cugini del Sud o sul Giappone. E perché allora non rispolverare un inedito Nobel per la Pace alla memoria a Papa Urbano II, colui che diede vita alla Prima Crociata?

Esagerazioni a parte, e con l’auspicio che Obama riesca a trarre uno stimolo da questo riconoscimento non ancora meritato, magari un premio anche meno importante del Nobel lo meriterebbe lo speechwriter del Presidente USA: scrivere per il ritiro del Premio Nobel un discorso equilibrato e inattaccabile proprio in questo momento in cui i militari Usa stanno per partire per il Medio Oriente deve essere stato uno dei suoi compiti più impegnativi. E allora diamo un nome e un cognome a questo eroe della narrativa degno di Dan Brown: si chiama Jon Favreau ed ha appena 27 anni.

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