Lettera22punto0 – Blog di Loris Pironi

4 luglio 2012

Astronauti nella storia. Intervista a Umberto Guidoni

Umberto Guidoni. Astronauta. Divulgatore scientifico. Persino politico (è stato Parlamentare Europeo dal 2004 al 2009, quindi ha sposato la causa di SeL). Nato nel 1954 a Roma è uno dei cinque astronauti italiani ad aver volato sullo Space Shuttle o sulla navicella Soyuz. Nel suo caso ha compiuto due missioni a bordo dello Shuttle, nel 1996 con il Columbia (che sette anni più tardi esplose in volo al rientro nell’atmosfera) e nel 2001 con l’Endeavour. L’occasione per questa intervista è avvenuta a Rimini, nel corso del festival di letteratura per ragazzi Mare di Libri. Guidoni era a parlare dell’avventura dello spazio con i ragazzi e a presentare alcuni libri, tra cui “Dalla terra alla luna. Il progetto Apollo 40 anni dopo”. A margine dell’incontro abbiamo scambiato alcune considerazioni e raccolto le sue opinioni. Tutt’altro che scontate.

Ph. Loris Pironi

Che effetto le fa vedere lo Shuttle in un museo?

“Diciamo che fa una certa impressione. Fino a ieri era cronaca, oggi è storia. E automaticamente proietta quelli che ci hanno volato sopra in questo contesto storico. Beh, devo dire che oggi mi sento un po’ più vecchio (e sorride, di un sorriso contagioso, ndr). Mi era capitato, in passato, quando vidi l’Apollo, di riflettere sugli astronauti che l’avevano utilizzato e confesso di aver pensato che erano matti… Un giorno forse, chi vedrà lo Shuttle in un museo, penserà che eravamo matti noi”.

L’avventura dello spazio non si ferma qui, malgrado tutto. Qual è il ruolo ricoperto oggi dall’Italia e dall’Europa, dall’Agenzia spaziale italiana e quella europea?

“Dopo un aumento degli investimenti dagli anni Novanta in poi, nel corso dell’ultimo decennio si è verificata una notevole inversione di tendenza, sia per quello che riguarda l’Italia che l’Europa. Questo è un settore in cui le conseguenze si vedono a effetto ritardato, oggi che siamo in fase calante godiamo ancora degli investimenti fatti vent’anni fa, ma in prospettiva sono piuttosto preoccupato. Questo perché di fronte all’entusiasmo convinto di paesi emergenti come Cina, India e anche Brasile, l’Europa, come gli Stati Uniti del resto, rischia di perdere una posizione di rilievo nella tecnologia spaziale. E sarebbe una perdita grave, a mio parere, resa ancor più grave dal fatto che è il frutto di una mancanza di visione prospettica”.

In molti però si domandano perché investire in tecnologia spaziale.

“Il punto vero infatti è proprio questo. Cosa ci guadagniamo? La domanda è legittima, per carità, e non si può dare una risposta che non sia retorica. Io penso che questo tipo di investimento vada fatto, e deve essere così partendo dalla convinzione che i risultati che arriveranno non sono conoscibili a priori.  L’idea che lo scopo della ricerca sia lo sviluppo tecnologico è corretta ma non completa. Un approccio del genere ci può permettere di rafforzare la tecnologia che già conosciamo, ma non di andare oltre. Faccio un esempio. Noi in questo modo possiamo raffinare una candela, farla bruciare più a lungo, più intensamente, ma sempre candela rimane. Per cambiare paradigma e arrivare alla lampadina ci serve l’elettromagnetismo. Poi, per passare dalla lampadina alla luce led è necessario ricorrere a un’altra scienza, ci serve la dinamica quantistica. Ecco perché dico che bisogna investire su altro. Poi c’è l’esigenza di capire l’uomo e l’universo che ci circonda: non è per quello che abbiamo riportato dalla luna (qualche centinaio di chili di sassi, rocce e polvere, ndr) che ci siamo andati”.

Vedremo mai un uomo su Marte?

“L’obiettivo è alla portata, ma chiaramente non oggi. Anzi è impossibile, oggi, dire quanto ci potrebbe volere. Se si investissero tutte le risorse a disposizione solo su questo progetto ci si potrebbe arrivare anche nel 2015, ma potrebbero servire anche cinquant’anni. Il punto è che con lo spirito attuale, se non si trovano risorse per guardare al futuro, rischiamo di giocarci anche il presente”.

Scusi ma sta parlando di astronautica oppure di economia?

“L’economia rischia di diventare autoreferenziale, se diventa il fine ultimo la società umana rischia di scomparire”.

E quando invece assisteremo al primo contatto con un essere alieno? La domanda è tendenziosa…

“E io concordo con la ‘tendenziosità’ della domanda. Potrebbe non avvenire mai, ma anche accadere in un tempo breve. Nessuno può mettere in dubbio che l’universo può accogliere forme di vita al di fuori della nostra terra, e ci sono forti probabilità che esista vita altrove. Il problema casomai è la distanza. E se ancora non è avvenuto un contatto ciò non significa nulla. Se poi investiamo risorse per l’esplorazione del cosmo, magari qualcosa in più può accadere”.

Lei ha visto la terra dall’alto, da lontano. Da un’altra prospettiva. Anche la terra è una sorta di astronave, che percorre la sua rotta nel nostro sistema solare. Da anni la sua attività di divulgatore è affiancata anche da un impegno politico, al centro del quale ha posto proprio le tematiche ambientali.

“In effetti questo è uno degli elementi che mi ha spinto a prendere iniziativa in ambito politico. Purtroppo i tempi sono diventati stretti, questa generazione dovrà prendere decisioni importanti per il futuro. Mi auguro che arrivino prima le decisioni che le conseguenze, e che la politica capisca la delicatezza e l’urgenza della situazione. Anche perché se non si interviene il rischio che corriamo è grave. Mi ha profondamente colpito il fatto che a lanciare l’allarme per l’ambiente sia venuto da Nicholas Stern, un economista, dopo aver analizzato i dati economici dei danni provocati dai disastri ambientali: è più conveniente prevenire. Però questo è un ragionamento che trova difficoltà ad essere capito e, per la politica, rischia di essere impopolare”.

L’intervista è agli sgoccioli, siamo nella fase di rientro nell’atmosfera dopo tutto questo orbitare di argomenti che ci ha portato a parlare di tecnologia, economia e perfino filosofia, almeno indirettamente. Le ultime domande sono così, a volo radente. Poiché la chiacchierata è all’interno di un festival di letteratura non possiamo non chiedere se è Umberto Guidoni è un lettore di fantascienza.

“Sì ne ho letta molta. Il mio autore preferito è forse Arthur Clarke, l’autore di ‘2001 odissea nello spazio’ e altre grandi storie di fantascienza, poi Asimov naturalmente e Ray Bradbury. Il suo ‘Cronache marziane’, al di là delle questioni stilistiche, è emblematico dell’approccio mentale di questo genere. La fantascienza ha come caratteristica quella di illustrarci una problematica ponendola fuori dal contesto normale”.

Un astronauta ha nostalgia dello spazio?

“Io almeno sì, lo ammetto. È un’esperienza che rimane dentro. Mi piacerebbe riviverla. È vero che ci sono i cosiddetti voli turistici, ma si tratta di voli parabolici suborbitali, ed è una cosa molto diversa”.

Diventare astronauta è, o era, il sogno di molti bambini. C’è un percorso delineato per diventare astronauta?

“Non c’è una vera e propria scuola, ma ci sono due possibili approcci: il pilotaggio di aerei militari e la ricerca scientifica. Sono due mondi che si uniscono in un’unica esperienza che è molto affascinante. Oggi possiamo dire che sta iniziando un vero e proprio percorso per questa carriera, e anche se in Europa i numeri sono piuttosto ristretti, gli astronauti sono una decina in tutto, esiste però una strada prefissata ed esiste un corpo astronautico europeo”.

UMBERTO GUIDONI A RIMINI: GUARDA LA FOTOGALLERY

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2 commenti »

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