Lettera22punto0 – Blog di Loris Pironi

19 aprile 2010

Vulcano, anche oggi caos negli aeroporti e nelle stazioni d’Italia. Cancellati il 70% dei voli europei, 2 miliardi di dollari di danni finora. Quando finirà l’emergenza?

Milioni di persone a terra, due miliardi di euro di danni per le compagnie aeree che stanno soffrendo anche in borsa (a Tokyo i listini di oggi, 19 aprile, parlano di un -7,86% per Air China, in Europa si segnalano il -4,88% di Ryanair e il -4,99% di Air France, tutte sopra il 4% di perdite British, Lufthansa e Iberia) e per l’indotto del settore aereo.

Alla fine saranno verosimilmente più di 100 mila i voli che verranno cancellati per la nube di cenere vulcanica dell’Eyjafjallajokull: solo nei primi quattro giorni sono stati più di 63 mila, tanto per dare un dato ufficiale e aggiornato. E mentre l’Enac ha comunicato la decisione di chiudere nuovamente lo spazio aereo del nord Italia, dalle 9 di oggi alle 8 di domani), provvedimento disposto con urgenza, si incomincia a parlare di provvedimenti di aiuto alle compagnie aeree analoghi a quelli presi per il dopo 11 settembre 2001.

Anche oggi, a sorpresa, il 70% dei voli in Europa sono stati cancellati e anche in Italia negli aeroporti (così come nelle stazioni ferroviarie) regna il caos, con inviti diretti a non mettersi in viaggio se non è strettamente necessario. Ma il caos generato dalla nube vulcanica e il disastro economico conseguente alla cancellazione di così tanti voli non poteva non far decollare la polemica. I voli di prova effettuati durante il week end si sono conclusi senza problemi di rilievo peri velivoli inviati a testare il pericolo di transitare all’interno della nube di cenere e poiché non è possibile attendere che la nuvola si dissolva, come ha ribadito il Commissario ai Trasporti della Ue Siim Kallas, le compagnie aeree stanno facendo fortissime pressioni per riaprire i cieli europei alle rotte aeree.

Una decisione di grandissima responsabilità che spetta ad Eurocontrol, l’agenzia di controllo della navigazione aerea europea, anche perché da una parte sul piatto ci sono le vite umane, dall’altra – è brutto da dirsi ma non è colpa nostra, è la nuda realtà – un impatto economico da mozzare il fiato.

Secondo una società di consulenze specializzata, il Centre for Asia Pacific Aviation (Capa) di Sydney, tra ricavi diretti, entrate accessorie, oneri sul blocco degli aerei e dei passeggeri rimasti a terra, il costo totale per l’industria aerea supererebbe già i due miliardi di dollari, con tendenza ad aumentare, ovviamente, per ogni giorno in più che durerà questa crisi. Mentre le compagnie aeree sostengono che la no-fly zone generalizzata su mezza Europa e la chiusura degli scali aerei internazionali sia stata disposta basandosi solo su simulazioni al computer, senza avere un’idea concreta dei rischi reali. E che quindi la situazione sia stata gestita dai vari governi e dalle autorità competenti con estrema leggerezza.

Chi avrà ragione?

E ora torniamo a parlare della situazione del “nostro” vulcano, l’Eyjafill, comunemente chiamato Eyafjallajokull acquisendo il nome dell’esteso ghiacciaio che lo ospita. Il vulcano in questione, che si è risvegliato per la prima volta dopo il 1823, in realtà non si sta rendendo protagonista di un’eruzione clamorosamente forte. Iniziata di fatto il 20 marzo, è dello stesso ordine di grandezza dell’ultima eruzione dell’Etna, secondo quanto affermano dall’Istituto italiano di vulcanologia. La caratteristica particolare di quest’eruzione, che ha sconvolto i piani di sette milioni di viaggiatori e messo in apprensione l’Europa (e non solo) è la grande nuvola di cenere, che è dovuta alla fusione del ghiacciaio che ha provocato un impressionante getto di ceneri, salito fino a oltre 11 chilometri, e poi assestato a 7-8 chilometri di altezza. La lava fonde (fonde, non scioglie: è questo il termine corretto) il ghiaccio, che a sua volta raffredda molto rapidamente la lava, provocando la grande fuoriuscita di cenere. I segnali della fine o di un rallentamento di questa attività eruttiva, hanno spiegato alle agenzie stampa internazionali gli esperti islandesi, sono “misti” e quindi contrastanti: il fluido presente nella camera magmatica sembra stia scemando, ma non è poi così sicuro, quindi previsioni in tal senso sono impossibili. E poi c’è il Katla che preoccupa gli islandesi, un altro vulcano ma di dimensioni e di pericolosità molto maggiore distante pochi chilometri dall’Eyjafjallajokull: anche questo si trova sotto un ghiacciaio (è il quarto più grande d’Islanda), che almeno due volte al secolo si accende per uno show devastante (l’ultima è stata nel 1918) e solitamente si attiva dopo il risveglio di alcuni vulcani vicini. Una situazione, questa, tenuta sotto stretta osservazione.

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