I leader mondiali sono al lavoro al vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Malgrado ci sia ancora qualche scienziato fermo sulle proprie posizioni, a sostenere che l’uomo non altera il clima con le sue massicce azioni (la scienza non è la politica dove conta cosa dice la maggioranza, ma certe volte dovrebbe bastare il dubbio per fare un passo indietro), è opportuno fermarsi a fare una riflessione.
Personalmente posso dire che il mio cuore oggi è a Copenhagen (bella città fra l’altro), ma è anche in Amazzonia, in Antartide, in Groenlandia, in India Cina e Brasile, ed è persino là dove ai cambiamenti climatici si fa più attenzione: è in Germania dove si utilizza molta più energia solare rispetto alla nostra cara soleggiata italia, è in Islanda dove da sempre c’è (e si spera continui ad esserci, malgrado la crisi economica) grande rispetto per Madre Natura.
Purtroppo, verrebbe da pensare, sono le elite che prendono le decisioni decisive. A Copenhagen c’è attesa per segnali positivi da Obama, da Lula, da Hu Jintao, da Berlusconi. E da Kyoto in poi (ma anche prima) politica e ambiente non hanno mai dimostrato un particolare feeling. Ah, se a decidere fossero i popoli… già se fossero i popoli a decidere? Siamo davvero sicuri che il futuro sarebbe davvero a tinte meno fosche?
Il fatto è che i politici possono essere più o meno coraggiosi, più o meno lungimiranti. Ma se ciascuno non fa la propria parte, finiremo per affondare questo magnifico vascello che da millenni ci porta a spasso per il cosmo. E fare la propria parte significa incominciare da qualche parte, utilizzando piccoli accorgimenti: limitare l’uso dell’auto (e perché no, convertirsi ai biocarburanti), abbassare di (almeno) un grado la temperatura nel proprio appartamento o in ufficio, spegnere la luce quando si esce da una stanza, staccare la spina da lettori dvd e altri apparecchi con i led dello stand-by, consumare cibi a chilometri zero (sarebbe già qualcosa non mangiare fragole provenienti dalla Spagna e funghi dalla Cina…) e possibilmente di stagione (perché farsi oggi un risotto con gli asparagi e come contorno zucchine trifolate?).
Questi sono consigli banali se volete, gettati lì alla rinfusa, ma rappresentano un punto di partenza, un punto di partenza fondamentale. Perché il problema non è che tra venti o trent’anni le Maldive forse si troveranno sotto due metri d’acqua (pazienza, andremo in vacanza altrove), il problema è che non ci sarà una seconda opportunità per nessuno.
Per chiudere incollo qui il “video-shock” ufficiale del Cop15 di Copenhagen: “Please help the world”. Al di là dell’impatto volutamente mediatico, guardatelo e poi dite se a prescindere da tutto non vale la pena fare qualcosa in più non tanto per salvare la Terra quanto per rispettarla.
P.S.: Fixing come sempre è in prima linea per raccontare gli eventi cruciali. Per tutta la durata del Summit seguiremo l’evolversi della situazione e lo racconteremo passo passo sul nostro sito www.sanmarinofixing.com.




Come promesso sono riuscito a farmi mettere via una copia del primo numero del Fatto Quotidiano. L’ho sfogliato, l’ho letto, da addetto ai lavori mi è piaciuto, pur non essendo in linea con la linea editoriale. Non mi soffermo sui refusi come già ha fatto qualcuno per attaccare il giornale di Padellaro, Travaglio e co.: quelli non contano, non dicono niente. Ribadisco il concetto già affermato dopo aver visto il giornale di sfuggita due ore dopo che era uscito in edicola, e cioè che la grafica è un po’ troppo spartana (anche l’occhio vuole la sua parte). Ma anche questo è marginale. Nessuna sorpresa sulla qualità dei giornalisti, né sugli argomenti trattati (quanta voglia di scoop giudiziari!). Dicono che alla fine siano state stampate 100 mila copie più altre 50 mila di ristampa per il primo numero, e oggi in edicola sono arrivate circa il doppio delle copie. Tiratura da buon giornale, quasi ottimo, se si considera che in Italia si leggono troppo pochi quotidiani. Per capire a che altezza si attesterà nella classifica dei giornali più venduti, occorrerà aspettare almeno un’altra decina di giorni. Sfogliando il Fatto mi è venuto però da riflettere sul fatto che in edicola il giornale dei miei sogni non esiste. Un giornale libero, indipendente. Indipendente dalla politica, dalle idee politiche, che stanno appiattendo la stampa sulle posizioni dei partiti (dei loro leader). Un giornale che non attacchi la destra perché è asservito al Pd, un giornale che non attacchi l’opposizione perché è di proprietà o comunque vicino al Premier. Un giornale che non attacchi tutti perché è vicino a Di Pietro. Un giornale libero, insomma, non so se mi avete capito, di quelli che non ci sono più. Di quelli che forse non ci sono mai stati. Non mi voglio aggrappare al fantasma di Indro Montanelli, vorrei soltanto trovare un giornale fatto di giornalisti bravi, coraggiosi, che sappiano scovare le notizie anche senza rovistare nei cestini della carta straccia, che abbiano anche proprie idee (perché prediligere i fatti e fare la guerra alle opinioni?) non genuflesse davanti a questo o quel potere.